Sono gli unici a poter permettersi salve di cannoni sulle proprie note dai tempi di Tchaikovskij. Sono gli unici ad aver sfornato 15 album uguali di fila e contemporaneamente aver dato alla luce svariati classici dell’hard rock. Gli AC/DC sono tornati in Italia dopo un’assenza durata otto anni, col tour europeo di Black Ice.
È quasi pleonastico dire che il gruppo guidato da Angus Young non ha sfigurato, a partire dal video che ha aperto il concerto: lo posso inserire, tanto le date italiane sono finite. Un video davanti al quale inchiodare, in modalità Arancia Meccanica, la redazione de l’Avvenire: simboli fallici à go-go, corpi femminili da fumetto erotico anni ’80, il diavoletto Angus la cui coda va in erezione. E quella locomotiva che, alla Lumière, arriva verso il pubblico per “sfondare” lo schermo ed installarsi dietro al palco dove, nel frattempo, entra la band. Ed è Rock n’ roll train.
I nuovi brani vengono saggiamente dosati all’interno della successione di classici. Così, il terzo brano in scaletta è già Back in black, il quinto è Dirty deeds done dirt cheap. In mezzo ai due, l’altro singolo di Black Ice, Big Jack. Prima che arrivi il Jack originale, c’è spazio per Thunderstruck, il cui riff iniziale sembra un po’ pasticciato dal cinquantenne scolaretto: non importa, l’adrenalina nel pubblico è già a mille e la diavoletto si aggiusta presto nell’alveo del brano. Eseguita poi la title-track del nuovo album, è il turno di un po’ di blues. Inizialmente, è Brian Johnson che, sulla pedana diretta al centro del Mediolanum Forum, si rivolge al pubblico. Alle sue battute fa eco qualche fraseggio blues della Gibson di Young. Fino a che gli amanti di High Voltage non iniziano a sentire il testo originale di The Jack: quello sul disco del ’76 fu riscritto per evitare la censura sul primo, troppo sessualmente esplicito.
The Jack si è da poco conclusa con lo spogliarello di Young ed una campana scende dal soffitto per le ovazioni del pubblico: l’arpeggio in la minore di Hells Bells ha inizio, salutato già dal primo intervallo di tredicesima. Seguono Shoot to thrill, la nuova War Machine (nel cui video, Angus Young sgancia da un vecchio aereo militare chitarre e pin-ups), e così via fino a TNT (Dio, saranno trent’anni che suonano ‘sto brano!).
Con Whole Lotta Rosie, lo sfondo si arricchisce: sulla locomotiva si gonfia la storica bambola gonfiabile legata al brano: una meretrice giunonica e vagamente felliniana, almeno per la dimensione dei seni. In quel momento, mi sono immaginato il gruppo a dire agli addetti: we want big boobs. La coreografia non sarà tutto, ma ascoltarsi Whole Lotta Rosie mentre l’aria calda fa fremere la bambolona a cavallo della locomotiva fa un certo effetto. A seguire, Let there be rock, con l’interminabile (ma chi voleva che terminasse?) assolo di Young. Uno dei momenti più attesi dal sottoscritto: Angus Young che si dimena a terra, nell’assolo, sulla pedana centrale, innalzata a mo’ di podio in mezzo al palazzetto. L’apoteosi del concerto. Anche se già dall’inizio avevamo potuto gustarci il mitico passo à la Chuck Berry (Hey, Chuck, it’s Marvin, your cousin Marvin!). Classica pausa, poi la band chiude in bellezza: Highway to hell e, chiaramente, For those about to rock. Forse questa seconda tranche poteva essere più lunga, ma dopo due orette di concerto e 19 brani inanellati, la soddisfazione è comunque altissima.
P.s. Una menzione va fatta per il gruppo di apertura, gli irlandesi The Answer. Un gruppo che è parso interessante, benché un po’ anacronistico, per essere di questa decade. Tuttavia, nel mainstream attuale, sono da tenere d’occhio, ça va sans dire.





